Molti dei miei ricordi d’infanzia, quando si trascorreva la villeggiatura estiva in Calabria, sono associati all’acqua, bene prezioso soprattutto al Sud. Per molti anni abbiamo dovuto provvedere quotidianamente alle scorte perché il Comune razionava l’acqua. E allora durante il giorno c’era un gran via vai di tutti noi, mamma papà mia sorella la zia la nonna, per raccoglierla in secchi, bottiglie e anfore di terracotta, prima di rimanere a secco. Noi per fortuna avevamo un pozzo privato, il che ci evitava di dover andare a rifornirci ad una fonte pubblica. L’acqua veniva tirata su da una pompa elettrica con una potenza impressionante, e scorreva, gelida e tumultuosa, lungo una canaletta in pietra, per poi finire dentro una grande vasca quadrata, in muratura, alta circa un metro. Adoravo quella canaletta con l’acqua gorgogliante!

Con mia sorella ne approfittavamo sempre, quando veniva acceso il motore del pozzo, per starcene appollaiate sul bordo in pietra e immergere le mani e i piedi nell’acqua gelida. A volte invece mettevamo delle foglie di arancio sull’acqua per osservare come la forza della corrente le trascinasse in un batter d’occhio fin dentro la vasca. Passatempi innocui delle nostre lunghe e oziose giornate estive.

Il sistema di irrigazione prevedeva poi che, una volta riempita, la vasca venisse svuotata togliendo il tappo posto alla base, in modo da farla defluire in un intricato sistema di canalette in pietra, che attraversavano tutto l’agrumeto. Meno fortunate di noi, alcune famiglie di contadini nel vicinato dovevano andare a prendere l’acqua alla fontana pubblica. Vedevo le donne andare e venire trasportando pesanti vasi tenuti incredibilmente in equilibrio sopra la testa.

Ai miei occhi quelle portatrici d’acqua erano donne fiere e forti, ma al tempo stesso tristi: quando le incrociavo per strada, con i loro sguardi dolenti, ne osservavo la pelle scura cotta dal sole, dall’aspetto sciupato, e le mani nodose parlavano di duro lavoro e di miseria.

La sera, se non riprendeva l’erogazione dell’acqua corrente, con mia sorella ci organizzavamo per lavare i denti prima di andare a dormire. Facendo molta attenzione a non sprecarla, l’una aiutava l’altra a versare l’acqua sullo spazzolino, prima, e sul dentifricio poi; infine qualche risciacquo e via, a letto!

Ma l’acqua più festosa era quella piovana. Dopo Ferragosto arrivavano sempre i temporali estivi, che pulivano l’aria e lasciavano un odore penetrante di terra bagnata. Mi è rimasto nelle narici quell’odore, ed è come se l’acqua scorresse ancora, costante, dentro di me. Come un movimento carsico, che resta a lungo in profondità e poi, all’improvviso, riaffiora. Come i ricordi.